Maze Runner la Rivelazione, la Recensione

Maze Runner la Rivelazione è il capitolo conclusivo della trilogia cinematografica tratta dai romanzi di James Dashner, che narrano di un futuro post apocalittico dove l’umanità è messa in ginocchio da un virus e gli esseri umani contagiati, simili per aspetto a degli zombi, ormai superano i gran numero i superstiti prossimi all’estinzione.

Il contesto e lo scenario in cui tutta la trilogia si muove è qualcosa di visto e affrontato ampiamente sia nel cinema che nella letteratura, ovviamente non è un qualcosa di originale in se, anche se presenta un originalità nella sua organizzazione di alcuni elementi ed espedienti che rendono il tutto non del tutto scontato.
Questa è una valutazione complessiva, che mentre per i primi due film trova maggior riscontro con il tema del labirinto e della fuga come elementi originali, in questo terzo film invece troviamo tutti gli elementi più tipici del genere apocalisse zombie.

Con questa volata generale sull’elemento trama che unisce tutta la trilogia, non voglio andare a sminuire l’opera a se stante di questo “La Rivelazione”, anzi trovo che il film funzioni e sia un’adeguata conclusione per tutta la vicenda.

La trama di questo terzo capitolo, gira tutta intorno al tentativo di Thomas e dei suoi compagni di voler salvare Minho (rapito nel precedente film “La Fuga”), quindi questo tentativo di salvataggio li porterà alla scoperta di altri segreti e ci fornirà ancor di più a noi spettatori una panoramica sullo scenario, che ormai va a comporre il futuro dell’umanità.

La regia di Wes Ball, già regista degli altri due precedenti capitoli è ben fatta, un buon lavoro di fotografia e sulle inquadrature accompagnano le sequenze d’azione, di certo non è tra le pietre miliari del cinema, ma svolge bene il suo compito.

Di particolare nota l’interpretazione di Dylan O’Brien che si conferma un giovane di talento in forte crescita nel panorama Hollywoodiano, dal suo debutto con la serie TV Teen Wolf nel 2011, sta pian piano dimostrandosi un attore capace e in grado di dare spessore ai suoi personaggi. Oltre a Dylan merito della riuscita del film, va sicuramente anche al resto del cast che in linea generale si comporta bene e riesce a dare il giusto spessore.
Quindi in linea generale un buon film, anche se meno originale nella trama rispetto al primo in particolare, riesce a concludere in maniera adeguata tutto il percorso. Da vedere assolutamente se si sono già visti i primi due, in particolare a mia opinione classificherei il primo come il migliore, a seguire questo e poi il secondo.

Concludiamo ricordando come oltre questa trilogia esistano altri due romanzi prequel e un terzo diciamo di contorno, quindi potenzialmente potremo vedere ancora al cinema nuovi episodi legati a questo universo post apocalittico immaginato da James Dashner.

 

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La parola a “Voi”

Cari amici, in poche e brevi parole vorrei ricordarvi che noi tutti siamo l’essenza che anima il divertimento, parlare di Videogiochi, Film o Serie TV noi crediamo che raggiunga il suo massimo divertimento quando ci sia molta condivisione ed interazione.

Se ci pensate, immaginate le volte che avete fatto due chiacchiere con amici, quanto vi siete divertiti a parlare di quel gioco o quel film che vi è piaciuto tanto, vi sarà capitato di trovarvi a parlare con un amico ad esempio di un particolare videogioco dicendogli di come girasse bene e di quanto fosse divertente, magari proporgli di prenderlo insieme per condividere il multiplayer, oppure di quella serie o di quella trama di un grande film che vi è piaciuto.

Insomma il divertimento nel condividere è molto e tutti coscientemente o incoscientemente lo abbiamo provato.

Perciò voglio semplicemente ricordarvi ed invitarvi ad esprimere questo valore.

Noi crediamo assolutamente in questo e stiamo cercando di formare una comunità fondata sulle persone. Ti invito a conoscerci meglio leggendoci qui Conoscici.

Oltretutto oltre ad interagire, su gruppi social ecc, potresti provare a scrivere qualcosa, certe volte dire la propria è molto divertente, noi vogliamo mettere a disposizione questo portale per le persone, in cui tutti possano scrivere e dire la propria, dare libertà di espressione a tutti è un modo per fare quattro chiacchiere proprio come quando si sta tra amici.

Ma le attività ed idee sono tante, come ad esempio ci impegnamo a promuovere e sponsorizzare youtuber emergenti, persone che vogliono farsi conoscere, insomma l’importante è fare comunità e divertirsi in compagnia.

Spero avrai capito meglio il nostro spirito, senza di te non c’è divertimento, ognuno di noi contribuisce ad una comunità fatta per le persone.

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Insidious l’Ultima Chiave la Recensione

“Fate attenzione alle porte rosse”, con questo tra i tanti originali espedienti inseriti in questa saga Horror, possiamo identificare un ben preciso universo creato da Leigh Whannell  insieme ai contributi del sapiente James Wan.

Proprio da questo punto voglio partire nell’analisi di questo quarto capitolo di una saga, che si propone in un contesto che seppur sfruttatissimo nel cinema horror, quello del demoniaco, riesce a trovare un identità originale, capace soprattutto di non stancare all’indomani di un quarto capitolo che molto probabilmente non sarà nemmeno l’ultimo.

Insidious l’Ultima Chiave a livello temporale degli avvenimenti narrati si colloca tra il primo film e il terzo (prequel) e ci fa approfondire la conoscenza del personaggio di Elise (la medium), del suo passato e delle sue interconnessioni con gli eventi successi negli altri film. Ci apre delle porte “rosse” e non che potenzialmente potranno aprire nuovi sbocchi cinematografici.
Scopriremo l’infanzia di Elise, scopriremo l’origine di molte cose e i risvolti che hanno avuto nella sua vita. La battaglia contro le forze del male sarà accesa e questa volta le anime in gioco potrebbero essere più del previsto.

Con una trama concettualmente legata a degli stereotipi classici del genere, il film riesce come nei capitoli precedenti a rendersi originale, confermando la solidità alla base dell’idea che presuppone a tutto questo universo cinematografico. Il concetto di “altrove”, “porte rosse”, “forze demoniache e spirituali”, tutte collegate a questo filo conduttore legato al personaggio di Elise, sono la vera chiave del successo di questa saga.
Questo quarto capitolo in particolare, non risulta banale, anzi piuttosto originale e soprattutto inaspettato, non si riesce a prevedere i risvolti di questo passato di Elise, certo alcuni passaggi sono un classico sul genere, però non si cade nel male che colpisce generalmente le saghe troppo longeve, ovvero quello che gli ultimi film siano esagerati, scontati e spesso proprio scadenti. Anzi in linea generale questo film potrebbe reggersi anche da solo senza aver visto gli altri, certamente conoscendo tutti i film la godibilità è massima.

La cosa fondamentale è che riesce a creare il giusto effetto paura/tensione che un horror di questo filone dovrebbe offrire e a maggior ragione trattandosi di un quarto capitolo questo elemento merita di essere sottolineato particolarmente. Quando le saghe si allungano, Il rischio di trovarsi difronte a una caduta di stile e scontatezza è quasi sempre in agguato, ma non è questo il caso.

L’interpretazione di Lin Shaye (Elise) è ottima, perfetta nel ruolo, anche le sue due controparti aiutanti Angus Sanpson (Tucker) e Leigh Whannell (Specs) sono adeguati nel ruolo e rendono il tutto il giusto “meno teso”, rappresentano quella componente sdrammatizzante che aiuta a metabolizzare tutto il percorso, che rischierebbe se no di sforare in un eccessiva pesantezza e seriosità.

In ultimo il lavoro di regia di Adam Robitel e della fotografia sono di buon livello, ma a farla da padrone è il suono che colpisce sempre in maniera perfetta, enfatizzando le scene e gli effetti shock, qualche volta forse esageratamente, ma comunque con un opera complessivamente pregevole.

Quindi in conclusione un film che riesce ad essere vincente, svolge il suo compito di horror perfettamente e soprattutto lascia la voglia di vederne ancora uno e saperne di più su questi personaggi e nuove avventure.

Consigliato? Si, meglio vedere gli altri per capirlo meglio e anche perché se non li avete visti sono ottimi titoli consigliati del genere.

 

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Open House l’originale Netflix, la Recensione

Open House, l’originale Netflix che vi farà sbadigliare, questo potrebbe essere lo slogan per un film che seppur con una trama che cerca di essere originale, in un genere molto sfruttato, non riesce ad uscire fuori e coinvolgere lo spettatore.

La trama inizialmente scontata, ci parla di una famiglia madre e figlio che dopo una tragedia si trasferiscono nella classica casa di campagna, isolata e un po inquietante.
La novità sul genere è che questa casa non sarà infestata da fantasmi, ma diciamo minacciata da una presenza, da cui i nostri due personaggi principali, dovranno cercare di difendersi.

Il nome Open House è dato dal fatto che questa casa è in vendita secondo il modello “open house”, quindi liberamente visitabile da chiunque in giorni stabiliti e sarà proprio da questo concetto che partirà la vicenda.

Purtroppo il film sebbene carico di speranze non riesce ad entusiasmare, piuttosto piatto e povero di momenti ad “alta tensione” in generale lento e con una progressione degli eventi piuttosto noiosa.

Il cast complessivamente è sconosciuto, il protagonista Dylan Minnette ha recitato in film non particolarmente degni di nota e alcune serie televisive. Sicuramente proprio la prova recitativa generale tiene il film piuttosto basso e oltretutto non contribuisce la regia e la sceneggiatura di Matt Angel a risollevare le cose, un regista giovane del 1990 esordiente che ovviamente fa percepire una certa mancanza di esperienza.

Il film sicuramente a basso costo, è anche una prova di come Netflix comunque dia spazio ai giovani, che alcune volte come dimostra la storia del cinema, partendo da film semplici emergono diventando delle icone del loro tempo.
Esempi tra tanti sono stati Steven Spielberg, o  Sylvester Stallone, professionisti partiti da progetti inizialmente non molto sostenuti che poi hanno sfondato, lo Squalo per Spielberg o Rocky per Stallone.

Quindi ben venga lo spazio ai giovani, ma purtroppo questa volta non assisteremo alla replica di tali successi.

 

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Joker: versioni cinematografiche a confronto

Il clown più famoso della storia del cinema, uno dei “villain”(antieroi o supercriminali) più popolari al mondo, nonché l’antagonista fumettistico con il maggior numero di interpreti sul grande schermo; senza dubbio tutti questi elementi fanno del Joker uno dei personaggi di fantasia più popolari del nostro tempo. Ispirati alla sua figura, un misto fascinoso di follia, genio, odio e amore; si sono generati numerosi fandom. Prima di addentrarci nell’argomento però, bisogna fare una piccola precisazione di questo articolo: non si tratta di un PARAGONE tra i vari Joker cinematografici, in cui si vuol stabilire chi sia “il migliore” o “il peggiore”, ma un CONFRONTO in cui andremo ad analizzare le varie versioni del personaggio contestualizzandole nei suoi film/franchise d’appartenenza e vedendo poi, nel loro insieme, che introspezione complessiva ci hanno fornito. Se vogliamo, anche una sorta di tributo a questa figura estremamente attrattiva.
Detto ciò iniziamo dal primo dei nostri tre Joker apparsi sul grande schermo.

JACK NICHOLSON
Partiamo dall’opera in cui si contestualizza il nostro Joker. “Batman” film del 1989, diretto da Tim Burton, con Micheal Keaton nei panni del celebre eroe fumettistico e Jack Nicholson nel ruolo dell’ antagonista. Nel pieno stile di Burton ci si presenta questa Gotham permeata di un’aria oscura ed accompagnata da una tetra colonna sonora di Danny Elfman, in cui la criminalità ha una vasta area d’influenza, spesso però messa in difficoltà da Batman. In questo ambiente troviamo Jack Napier, il quale durante uno scontro con il cavaliere oscuro finirà vittima di un incidente, che lo porterà alla trasformazione in Joker. Questa è l’unica delle tre versioni cinematografiche che andremo ad analizzare, in cui vi è la genesi del super-criminale, nelle altre due invece la sua origine è avvolta nel mistero e molto probabilmente così resterà. Ma come si presenta questo villian di Burton? Viene presentato nel più classico dei modi, con uno stile semplice da capire, simile ai fumetti, divenendo cosi una versione adatta a qualsiasi età. Si può tranquillamente capire il perché di questa sua linearità, poiché questo film segnava l’avvio del franchise di Batman, voleva e doveva farsi conoscere sul grande schermo, quindi era giusto che cercasse il più vasto pubblico possibile, che a differenza delle altre due interpretazioni cinematografiche, hanno puntato più su una figura complessa psicologicamente e strutturata per un target definito di pubblico. Tutto questo sminuisce il lavoro fatto su questo personaggio? assolutamente no, anzi riuscire nell’impresa di creare e soprattutto presentare un nemico adatto a qualsiasi età è un successo di tutto rispetto. Certo è che con un attore del calibro di Nicholson (molto avvezzo nel ruolo del “folle”) questo Joker non poteva deludere, impersonando perfettamente il ruolo del criminale in cerca di potere, vendetta contro chi l’ha tradito e soprattutto divertimento. Una versione “classica” del clown, che avrà sempre il merito di aver contribuito a far appassionare sempre più pubblico a questo mondo cinematografico e alla leggenda del Joker.
Come diceva Jack Napier “devi pensare al futuro” e questo film sicuramente ci è riuscito creando qualcosa di immortale nel suo genere.

HEATH LEDGER
Questa versione è sicuramente quella più amata dai fan del personaggio, aiutata in gran parte dalla sua modernità e figlia di un cinema più consapevole ed istruito; senza dubbio emerge con la sua efficace scrittura della personalità e l’interpretazione “maniacale” di Ledger, per questo personaggio che gli valse un Premio Oscar postumo. “Il cavaliere oscuro” film del 2008, scritto e diretto da Christopher Nolan è da molti considerato come il miglior cinecomic mai fatto, specialmente per la trama e le varie interpretazioni dei personaggi, le quali (oltre a Batman e Joker) ci presentano dei fantastici Harvey Dent, James Gordon e Alfred Pennyworth. Un elemento molto importante per capire bene il personaggio sviluppato da Ledger, è il contesto di Gotham a cui Nolan si è profondamente dedicato, dedicando molto spazio nel film alla rappresentazione dei molteplici punti di vista e strati sociali  che compongono la città. Le forze dell’ordine, i vigilantes ed i criminali che animano questa Gotham, ci forniscono un quadro completo e specialmente “reale” dello scenario, distaccandosi molto dagli ambienti fumettistici delle precedenti versioni di Burton e Schumacher ed in questo contesto “vero”, male e bene si mescolano non permettendo più una loro netta distinzione, citando il critico di Rolling Stones, Peter Travers: «dove il Bene e il Male, piuttosto che combattersi, danzano». Joker in questo film è un personaggio completamente misterioso, di cui non si sa nulla e lui stesso alle volte è amplificatore del suo mistero, dando ad esempio diverse versioni sulle origini delle sue cicatrici; una mente geniale con un piano che mette costantemente in difficoltà Batman e per tutto il film questo trasforma il loro duello quasi come fosse una partita a scacchi, uno scontro di menti, in cui ognuno prova ad anticipare le mosse dell’altro. A differenza del precedente Joker, qui si punta ad un film per una fascia di età maggiormente adulta o comunque più allenata ad un cinema duro, a riprova di questo per la sua proiezione ci sono stati divieti per ragazzi sotto i tredici anni in alcuni paesi, che dobbiamo dire assolutamente giustificati vista la violenza di molte sequenze. Qua l’antagonista come da lui stesso affermato, mostra di essere l’esatta metà opposta al cavaliere oscuro: “io non voglio ucciderti![…]tu completi me!” dandoci quasi un senso di Yin Yang tra i due. Da una parte Joker sostiene che entrambi siano dei mostri e che Batman creda solo di essere un uomo al servizio della giustizia, dall’altra abbiamo il cavaliere oscuro intento a scoprire i suoi limiti e a ragionare sul suo ruolo in tutto questo, analisi che lo porterà ad affrontare il suo lato più “buio”.
Alla fine c’è quasi un evoluzione del Joker, che si propaga con la sua folle anarchia portando tutti nella sua dimensione “caos”, dei ragionamenti tanto folli quanto per certi versi comprensibili e condivisibili.

JARED LETO
Purtroppo in questa analisi si parte svantaggiati, per il semplice fatto della scarsa presenza di scene in cui conosciamo il nuovo Joker.
In “Suicide Squad” molto probabilmente viene introdotto il nuovo Joker che animerà il DC Films Universe. Nella pellicola in questione ha un ruolo marginale, dal ridotto contenuto di scene, che oltretutto si è andato ad aggravare per l’alto numero di scene tagliate nella versione finale, cosa di cui fu parecchio amareggiato Jared Leto, il nuovo attore interprete del pagliaccio.

Premesso tutto ciò, possiamo notare come stavolta è stato fatto un lavoro principalmente più estetico sul personaggio, si è voluto marcare fortemente il trucco, i tatuaggi e tanti altri particolari, che insieme hanno contribuito ad una resa molto più inquietante rispetto le precedenti versioni. Rispetto la prova artistica di Leto, trovandosi a confronto con le due grandi precedenti prestazioni di Nicholson e Ledger, va sottolineato come l’attore abbia studiato e si sia impegnato a fondo per interpretarlo al meglio, consultando anche medici e psichiatri. In questa nuova versione emerge un nuovo elemento del carattere del Joker, nel suo rapporto con la folle e sensuale Harley Quinn, interpretata da Margot Robbie, scopriamo il suo lato romantico quanto estremamente folle. Un rapporto in cui un amore pazzo pervade entrambi (diventando anche una moda attuale tra le coppie di cosplayer), portandoli a fare di tutto l’uno per l’altra. A parte questo però, c’è ancora poco da analizzare sul personaggio, sicuramente si può notare molto di più la direzione data verso un aspetto prettamente impulsivo e psicopatico, piuttosto che astuta e capace di avere un piano.

Come conclusione e considerazione finale su i nostri tre Joker, possiamo semplicemente dire che la follia ha vari aspetti; essa tocca corde molto profonde della psiche umana, tutti sotto sotto siamo un pò Joker, questo è un male? No, per niente. Per quanto imprevedibile e spietato, alcune sue posizioni si possono comprendere ed essere anche condivise, l’uomo è un’essere imprevedibile con tutte le sue sfaccettature. Come perfetta antitesi di Batman che è cupo e serio, Joker è colorato e scherzoso, un’ambivalenza che ci appartiene, un dualismo che fa parte di tutti gli esseri umani. Il criminale quindi diventa una parte necessaria dell’esistenza: affinché esista il bene, deve esserci il male.

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Il Re della Polka: la recensione dell’originale Netflix

Jack Black torna a scatenarsi sul palcoscenico, questa volta nelle vesti di Jan Lewan soprannominato il re della polka.

Un film originale Netflix che potrete trovare già disponibile in piattaforma, basato sulla storia vera di Jan Lewan, cantante di origine polacca che tra gli anni 80′ e 90′ ha avuto un discreto successo con il suo genere di musica. La cosa più curiosa però non è stata la sua carriera musicale, ma bensì il suo talento diciamo un po “controverso” nel creare una sorta di catena d’investimenti legata ai suoi fan. Vi state chiedendo perché ho scritto “controverso”? diciamo solo che questi investimenti non erano del tutto apposto.

Con queste premesse vi troverete in un film che saprà stupirvi, simpatico e scorrevole, il giusto contenuto per intrattenersi e svagarsi con un po di relax. Non pensiate sia tutto cosi scontato, anzi seppur ad una prima impressione possa sembrare una trama semplice e banale, saprà coinvolgere e tenervi interessati fino alla fine.

Jack Black è scatenatissimo, divertito e coinvolgente, come non lo si vedeva dai tempi di “School Of Rock” (2003), d’altronde si deve trovare proprio a suo agio in queste vesti musicali scatenate. Diciamo che la prova interpretativa del cast è di medio livello in tutto il film, spicca Jack su tutti, senza la sua energia molto probabilmente il film sarebbe naufragato nell’anonimato di tutto il cast che fa il suo compito senza eccellere. Qui voglio sottolineare come proprio per questo motivo forse si può trovare una chiave del successo complessivo del film; Jan Lewan era un personaggio egocentrico ed emergente su tutti, compagni e moglie, quindi la recitazione di Jack cosi spiccata nei confronti del resto del cast in un certo senso sottolinea questa verità della storia stessa, mettendo in risalto lui su tutti proprio come il vero Jan faceva.

Come diceva Jan, “pensa intensamente alle cose che vuoi e le cose si avvereranno” cosi vi saluto.

Prima di lasciarvi vi porto all’attenzione una curiosa chicca molto probabilmente ispirata a questo personaggio; nel film “Mamma Ho Perso L’aereo” del 1990 quando la mamma di kevin sta tornando a casa con i vari aerei, si ferma a Scranton e nella disperazione incontra Gus Polinski il re della polka del midwest che l’accompagnerà in furgone a casa. Jan Lewan era di base a Scranton e molto famoso in quegli anni, molto probabilmente ha ispirato quel personaggio in Mamma Ho Perso L’aereo.

 

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Voldemort: Origins of the Heir, la recensione

L’universo di Harry Potter torna a colpirci e stimolare la nostra fantasia in questo fan film sulle origini del mago oscuro più famoso di tutti i tempi.

Il film ci trasporta in maniera più che convincente in un viaggio attraverso i ricordi di Grisha Mclaggen, uno degli eredi delle quattro famiglie originali di maghi che tutti abbiamo imparato a conoscere come i fondatori originali di Hogwarts.
In questo racconto interagiremo con delle vicende strettamente legate agli eredi delle quattro famiglie e di come queste vicende vedano emergere il mago più oscuro ed innominabile di tutti i tempi.

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Voldemort: Origins of the Heir, riesce in maniera più che convincente a trasferire pienamente la sensazione di trovarsi all’interno delle ambientazioni dell’universo di Harry Potter. Come anticipato all’inizio si tratta di un film fan made, ed in particolare di produzione esclusivamente italiana, che riesce a generare una storia più che plausibile, perfettamente inserita nel contesto che tutti noi fan della saga conosciamo.

Entrando nel dettaglio; l’opera tecnica seppur con un budget limitatissimo è di pregevole fattura, si lascia guardare benissimo, anzi si fatica quasi a credere possa essere un prodotto non ufficiale e realizzato con mezzi limitati. Gli effetti speciali in alcuni casi sembrano poter competere con produzioni di Hollywood ad altissima tiratura e costi, ed inoltre va sottolineato un lavoro eccezionale sulla fotografia e sulle ambientazioni che seppur limitate, risultano ben strutturate e gestite.

Guardando l’opera non si ha minimamente la sensazione di trovarsi difronte una produzione artigianale, anzi sembra costruita e diretta da grandi professionisti affermati.
Riguardo la recitazione gli attori riesco a fare la loro parte, rimanendo credibili nel ruolo per tutta la durata.

Ovviamente ci sono anche degli aspetti deboli, in particolare per il doppiaggio e la scelta del linguaggio, che sebbene si tratti di una produzione tutta made in Italy, si è scelto di uscire con un parlato totalmente doppiato in inglese, una scelta che immagino sia stata fatta per richiamare un pubblico internazionale e cercare di farsi notare. Certo ci sono i sottotitoli in italiano e altre lingue da poter attivare nelle impostazioni sul video che rendono il tutto facilmente capibile, però tutto ciò si rivela un discreto tallone d’Achille. In alcune scene il doppiaggio non è perfettamente sincronizzato con i movimenti labiali ed espressivi facciali, con il risultato di farci ricordare, che infondo si tratta di un opera fan made. Sicuramente per noi italiani, visto che si giocava in casa, sarebbe stato molto meglio poterlo seguire in lingua originale, e allo stesso tempo potenzialmente avrebbe potuto rendere visivamente molto meglio con i semplici sottotitoli in inglese.

Questo del doppiaggio mi sento di dire sia l’unico vero difetto, io in particolare da fan di Harry Potter, ero piuttosto scettico sulla riuscita e l’impatto di un opera del genere; è veramente una grande sfida approcciarsi ad un fan made su un universo cosi ricco e soprattutto con uno standard visivo altissimo già fissato da tutti i film ufficiali prodotti.

Questo è un grande esempio di come il cinema italiano possa distinguersi ed esprimersi, in opere che vadano oltre i canoni della comicità in cui purtroppo oggi sembriamo essere rilegati.

Una prova di coraggio e capacità che scorre talmente tanto bene e veloce, che lascia come il sapore e la voglia in bocca di un buon biscotto, quando non basta, finisce troppo presto e se ne vuole almeno un’altro in più.

Assolutamente consigliato, da correre a vederlo per tutti i fan.
Vi lascio il link diretto e ricordatevi se non vedete i sottotitoli italiani di andare nelle impostazioni video e selezionare la lingua sottotitoli.

 

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Star Wars: Lucas tra la prima trilogia e quella prequel, le “Risposte”

Molto spesso si riflette sulle differenze e le caratteristiche tra la prima trilogia e quella prequel, ed oggi più che mai si sente il bisogno di risposte a paragone dei nuovi episodi in corso d’opera.

George Lucas aveva un progetto chiaro all’inizio del suo lavoro? Aveva programmato quali sarebbero stati gli sviluppi e le storie dietro i suoi personaggi?

Queste sono domande complesse a cui i fan cercano sempre più spesso risposte, confronti e discussioni. Ci sono state interviste negli anni, documentazioni e soprattutto il lavoro svolto a farci vedere il punto d’arrivo messo in pratica di tutto questo universo, ma dopo tutto questo, realmente rimangono alcuni interrogativi che ancora stimolano le discussioni e l’immaginazioni di tanti di “noi”.

Cercherò di fare luce su alcune questioni partendo proprio dall’analisi del lavoro messo su pellicola nelle prime due trilogie, escludendo l’ultima perché come noto non ha tenuto conto di eventuali idee del nostro George.
Le cose da discutere sarebbero tantissime, in particolare tra le possibilità ho deciso di soffermarmi sulla rappresentazione dei Jedi ed il loro controllo della forza, per ragionare se la storyline futura fosse veramente già chiara nel suo complesso all’inizio del primo episodio in ordine d’uscita.

“quando novecento anni d’età tu avrai, bello non sembrerai” Yoda

Parliamo di Yoda
La sua bipolarità tra comico e maestro nella prima trilogia e le differenze con quella prequel, lo rendono uno dei personaggi più espressivi di questo cambiamento temporale.
Yoda nella prima trilogia in Episodio V quando incontra Luke, lo mette inizialmente alla prova per capire se avrà la pazienza d’imparare le vie della forza, si presenta come un vecchio rintontito per poi trasformarsi nel maestro Jedi.
Agganciandomi a questo credo che Lucas non avesse un idea chiara della storia dei prequel quando fece la prima trilogia, anzi credo non gli fosse effettivamente chiaro tutto il background dei personaggi. Nello specifico non aveva determinato effettivamente la potenza e le possibilità che il controllo della forza potesse permettere, quindi Yoda dell’episodio V si mostra molto più umano e vicino a dei canoni che potessero avvicinarsi ai gusti concepibili ed adatti al pubblico dell’epoca.
La forza ci viene mostrata quasi come un potere più spirituale/psicologico che pratico, qualcosa che si potesse percepire a livello extracorporeo, invisibile piuttosto che visibile. Mentre nella trilogia prequel c’è un totale cambiamento di rotta, probabilmente è figlia del mercato degli anni 2000 e del suo cinema proiettato allo stupore ed gli effetti speciali; rendendo la fantascienza come qualcosa che dovesse colpire visivamente prima che arrivare emotivamente nelle interpretazioni e caratterizzazioni dei personaggi. I Jedi si mostrano a noi totalmente diversi, con le loro abilità e poteri incredibili, totalmente al di fuori dell’immagine della forza e del Jedi mostrata 20 anni prima. Qui mi ricollego a Yoda, che vive assolutamente questo cambiamento e sente il peso di questo adattamento della sua figura tra la prima e la seconda trilogia, creando un forte senso di distanza tra il suo personaggio iniziale e quello visto nei prequel.

Ma infondo lo stesso Lucas non aveva un idea chiara neanche dei primi tre film quando ha fatto episodio IV, anzi lo ha realizzato non sapendo nemmeno se avrebbe proseguito la trilogia. Ad esempio la scena in cui Han parla con Jabba nell’hangar dell Millennium Falcon prima di partire da Tatooine, inizialmente fu girata con un attore umano che interpretava Jabba, poi fu tagliata nella versione finale (meno male), questo permise di inventare la razza degli Hutt ed inserire Jabba nell’episodio VI. La scena grazie alla computer grafica fu reinserita nella versione restaurata e potete notare come Han nel suo doppiaggio originale dica alla fine “Jabba sei uno splendido essere umano”. Se poi vogliamo dirla tutta la stessa razza e la loro organizzazione degli Hutt non fu definita neanche in Episodio VI, semplicemente Lucas inserì questa figura d’alieno perché gli piaceva.

Tra le altre cose nella prima trilogia non si parla mai di Sith, semplicemente perché non esisteva ancora il concetto del Sith. Anzi la stessa figura dell’imperatore analizzando Episodio IV, probabilmente denota come non avrebbe dovuto essere un Sith o persona addestrata nella forza. Questo si può evincere dal fatto che troviamo un Darth Vader agli ordini di un personaggio, il governatore o generale Tarkin totalmente al di fuori della forza. Da qui a ritroso nasce il pensiero di come potesse essere possibile che l’allievo diretto, del grande signore dei Sith Palpatine, nonché suo secondo in comando, lo vedesse al “guinzaglio” di Tarkin. Vader più volte indicato come unico rappresentante in vita di ciò che rimanesse della forza e del suo essere una “Religione” (questo a riprova della sua iniziale principale concezione spirituale), di certo non avrebbe potuto essere il cagnolino di Tarkin. Parliamo di un uomo anziano, più vecchio di Vader, che dovrebbe aver vissuto tutta la caduta della repubblica e delle sue guerre, non avrebbe mai potuto trovarsi al comando di Vader, soprattuto se ci basiamo sul finale che ci è stato mostrato in Episodio III e le vicende raccontate, dove Vader quasi risorge come un “dio” nel corpo di una macchina. Quindi è molto più plausibile pensare che l’imperatore inizialmente fosse concepito come un dittatore gerarca, simbolo metaforicamente del dominio dell’uomo sulle forze spirituali e metafisiche.

Veniamo introdotti alla conoscenza del lato oscuro, come una forza d’odio e passioni, che corrompe un giovane Anakin Skywalker , per invidia dei suoi Maestri Jedi come disse ad ObiWan nel loro ultimo scontro “ora sono io il maestro”, una naturale rappresentazione di come l’uomo sia cedevole, fragile e incline alle tentazioni, ulteriori elementi che dimostrano come si volesse rendere personaggi umani e vicini allo spettatore. La più facile sintesi di questo background si trovava nel farci conoscere questo personaggio schierato con le forze del male, sempre rappresentate come un regime autoritario e dittatoriale, che imponesse in un certo senso il dominio della scienza umana nei confronti della spiritualità.

Concludo con delle ultime riflessioni sugli usi della forza, punto da cui sono partito. Lo scontro tra Darth e Obi in Episodio IV, perché non ci mostra nessuna abilità speciale, perché non vediamo dei Jedi potenziati? In tutto il film si vedono esclusivamente usi psicologici e metafisici della forza, percezioni sensoriali, controlli mentali, soffocamento e comunicazione ultra terrena tra ObiWan e Luke. Gli unici atti pratici sono gli scontri con la spada laser, che rendono il tutto molto terreno. D’altronde sentiamo nominare i Jedi con l’appellativo di “cavalieri”, cosa può esserci di più scenico e fuori dal coro di personaggi armati di spada in una civiltà di armi e fucili? ovviamente tutte armi rigorosamente laser in linea con la fantascienza, ma il concetto è voler rendere l’impossibile possibile con l’artificio dell’invisibile. Ci sono più cose che immaginiamo piuttosto di quelle che vediamo, così probabilmente Lucas andando avanti negli episodi V e VI ha deciso di concludere la figura del Jedi come capace di cose impossibili anche se lo stesso legate alla sfera del plausibile. Ad esempio vediamo uno Yoda che deve concentrarsi per sollevare un X-Wing, rimanendo su qualcosa di plausibile seppur impossibile. Nella trilogia prequel il plausibile scompare trasformando i Jedi in supereroi capaci di stupire e voler colpire a tutti i costi.

In conclusione perché si trovano imperfezioni o dissonanze nei vari film di Star Wars? semplicemente perché sono un crescendo di idee e sviluppi che si sono allargati a dismisura, non riuscendo per forza di cose a collegarsi sempre perfettamente, perché gli anni di distanza creano dei divari generazionali che collocano i film in contesti dove il pubblico vuole altre cose. In ultimo vorrei rispondere al perché la nuova Trilogia in corso crea tanto scalpore tra il pubblico? Perché è figlia di tutto questo turbinio di evoluzioni e si trova spaccata tra tutte queste pregresse dissonanze, ci sono i primi fan originali, quelli degli anni 2000 e quelli misti, così che non sarà mai possibile accontentarli tutti e non sarà mai possibile soprattutto avere una storyline perfettamente scorrevole, perché non scritta dalla stessa persona.

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