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DISCUTIAMONE: discriminazione & gaming

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gaming

Nella nostra vita noi videogiocatori abbiamo sempre subito una sorta di discriminazione, di svalutazione della nostra passione. Gran parte della gente che ci circonda, almeno qui in Italia, considera tutt’ora il nostro come un mero passatempo bambinesco. La situazione è sempre stata ancora più pesante per le nostre “colleghe”, che spesso a ciò si vedono aggiungere l’aggravante “è roba da maschi”; situazione che, se per noi non è un problema (moltissimi dei “nostri” sono videogiocatori), può voler dire davvero isolamento e quasi sospetto per le giocatrici del gentil sesso da parte di coetanee e non; lo è stato soprattutto in passato, e nonostante si stia andando per il verso giusto in termini di parità, purtroppo tale fenomeno è ancora presente.

In questo Discutiamone, vorrei approfondire proprio questi due punti in particolare. Provare a capirne i motivi, come li stiamo affrontando e le possibili soluzioni. Il tono, come sempre, è molto informale; così come la trattazione dei temi mischia oggettivo e soggettivo. Il mio obiettivo è accendere una miccia tra tutti “noi”, porgendovi una questione e la mia idea in proposito, per poi permetterci di discuterla insieme.

GIOCHI OPPURE OPERE MULTIMEDIALI?

Sappiamo tutti benissimo come il videogaming venga generalmente bistrattato dall’opinione pubblica. Una società che ha tra i suoi pilastri portanti uno sport, un gioco in cui ventidue uomini tirano calci ad un pallone, e che rispetta lo stesso con ossequiosa dedizione, quasi fosse una moderna religione. Voglio parlare diretto e puntare il dito: perché guardare il calcio è una buona perdita di tempo, mentre giocare ad un videogioco no? Intanto, come avevo già accennato in un articolo precedente, sta prendendo sempre più voga la terminologia di Opera Multimediale Interattiva (OMI); proprio per controbattere linguisticamente tale discriminazione, dovuta anche al vocabolo più arcaico, di uso comune, ormai più erroneo che altro. Questo perché, sempre più spesso, il medium produce lavori molto più profondi di un semplice “gioco”. Si trattano temi adulti, profondi. Si fa filosofia, si educa e si fa riflettere. Ci si immerge in situazioni diverse dal nostro ordinario, per farci comprendere realtà tanto distanti quanto reali. Quanti giochi ci spiegano il male della guerra, che difficilmente potremmo, fortunatamente, vivere sulla nostra pelle? E’ l’esempio più semplice, ma vi sono titoli che ci entrano sottopelle sia trattando temi attuali come la potenza dei mass media, dei governi e delle filosofie, politiche e non; come altri i quali sono opere sull’amore, sull’amicizia, sulla fedeltà e molto altro. Si parla di sentimenti ed emozioni, che vengono scatenate tramite la riproduzione e ricreazione di situazioni magari pericolose od inverosimili, le quali però ci permettono di spingere al limite certe sensazioni che possiamo provare, così da trasmetterci un messaggio. Proprio così, i “giochi”, le opere multimediali, hanno un contenuto, una morale. E più che con qualsiasi altra arte, ci troviamo immersi a 360 gradi e con almeno 3 sensi costantemente sollecitati.

Perché allora è quasi socialmente più accettato azzuffarsi per una partita, che commuoversi per il finale di un videogame? Perché dobbiamo “crescere”, se passiamo due ore alla console; mentre siamo “Uomini” se stiamo altrettanto tempo davanti ad uno schermo guardando le partite della domenica pomeriggio? Perché è stupido ed infantile discutere di metagaming, mentre ogni italiano può permettersi di diventare CT della Nazionale ogni paio di mesi?

Incoerenza, mala informazione ed ignoranza supponente. Tali giudizi hanno principalmente queste radici. Perché molta gente ci vede come bambinoni che ancora salvano principesse in castelli 2D, con magari telegiornali che spesso ci dipingono come potenziali pazzi assassini, che accumulano sete di sangue per le vie di città virtuali in una pseudo-realistica America. Poi magari coloro che così ci giudicano sono capacissimi di augurare la morte al capitano della squadra avversaria di turno, per poi piangerlo la settimana dopo e ricominciare con il suo sostituto passati altri sette giorni. Purtroppo è questione di mentalità. Io spero che un secolo e passa fa i giovani cineasti abbiano dovuto affrontare problemi simili e che li abbiano sconfitti; e che lo stesso possa accadere a noi videogiocatori. Perché così come nel cinema, tale medium porta arte e poesia. Abbiamo anche noi i nostri Boldi e De Sica, non fraintendetemi, ma vale la pena lottare e sperare per le tante piccole perle ed i grandi capolavori che ci scaldano il cuore, ci fanno riflettere ed emozionare. E spero possano scoprirli anche loro, che ignorano e bistrattano tale mondo, il quale così tanto avrebbe da insegnargli. Gli auguro di arricchirsi; perché seppur la speranza è poca, chiunque può diventare una persona migliore.

RAGAZZE GAMERS

Questa è l’altra questione che volevo sdoganare quest’oggi. Fortunatamente ho notato, chiedendo un po’ in giro, come la situazione sia piuttosto migliorata negli ultimi anni; fino a non molto tempo fa non era assolutamente così. Parliamo di prima che essere “nerd” o “geek” diventasse una moda (seppur deviando abbastanza il vero senso dei termini), di quando essere videogiocatori portava frequentemente ad essere considerati come “gli sfigati” di turno. Se noi ragazzi abbiamo sempre potuto far fronte comune, ovvero trovare abbastanza facilmente amicizie con interessi affini, per le nostre corrispettive di sesso opposto è sempre stato meno facile. Principalmente per questione culturale, purtroppo ancora oggi i videogames sono visti erroneamente come una passione prettamente maschile. Fortunatamente sempre più ragazze negli ultimi anni si sono avvicinate a questo mondo, e mettendo finalmente le mani sui pad hanno potuto constatare come non fosse necessariamente un passatempo “di genere”, ma come anzi ben si prestasse a qualsiasi tipo di persona, come noi ben sappiamo. Come dicevo prima, curiosando in giro, ho notato che la “discriminazione” di cui voglio parlare è vissuta da sempre meno ragazze negli ultimi tempi, per fortuna. Se è stata abbastanza forte per coloro che hanno dai 25 anni in su (ho saputo di ragazze che per davvero sono state isolate e messe da parte da gruppi di coetanee perché “diverse” e con interessi troppo differenti; e che quindi hanno avuto principalmente amicizie del sesso opposto proprio per motivi come questo), con le nuove generazioni, ovvero giocatrici nate sul finire degli anni ‘90/inizio ’00, questa situazione non si è quasi mai venuta a creare. Sia per accettazione (più giovanile che della società intera) del gaming come di un passatempo come gli altri (vengono giudicati alla stessa maniera gli appassionati di cinema o serie tv?), sia anche per il minore condizionamento in famiglia (alcune ragazze sono state introdotte ad esempio proprio dal padre videogiocatore, senza quindi subire una mistificazione negativa del medium), si stanno inserendo in questo mondo con molte meno difficoltà e pregiudizi; cosa che dovrebbero provare a fare anche i detrattori del gaming in generale.

Perché sì, una delle soluzioni a queste “discriminazioni” siamo proprio noi. L’educazione al medium che potremo trasmettere in futuro alle nuove generazioni, generata dalla nostra esperienza. Come il giovane padre che introduce la figlia, sta a noi spiegare a chi non conosce il mondo dei videogiochi i suoi pregi e le meraviglie che ci permette di vivere ogni giorno. Sia che si tratti di un’opera artistica che di un prodotto di puro svago, ognuna di esse ha una sua più che valida dignità. Basta saperne identificare il valore, e non fare di tutta l’erba un fascio.

Parlo ora a voi lettori direttamente: avete mai vissuto situazioni o discussioni del genere con i genitori, con gli amici, in generale con altre persone di diverse vedute? Che ne pensate? Raccontateci la vostra esperienza!

CineVideogiochi
“Scatena le Tue Passioni”

 

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