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UBISOFT: formula vincente o “more of the same”? Parliamo di Assassin’s Creed e Far Cry

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Negli ultimi anni, abbiamo visto come molte case di videogiochi abbiano deciso di puntare forte sui loro franchise più noti, sfornando seguiti su seguiti, piuttosto che produrre nuove IP (ovvero titoli nuovi ed originali). Il motivo è semplice, ovvero che quando ci sono molti soldi in ballo, è più sicuro investire sulla strada già battuta, piuttosto che inerpicarsi verso una nuova avventura. Tale ragionamento potremmo dire che in passato ha dato origine all’idea di spin-off, ovvero l’ideazione di un prodotto a parte sulle basi di una saga già nota, così da poterne sfruttare il nome pur mantenendo una certa autonomia creativa. Tale giochino si è però poi rotto, quando le software house hanno iniziato a produrre giochi fin troppo estranei al titolo famoso che riportavano, il quale gli veniva apposto unicamente a scopo di lucro selvaggio. Per ridurre ancora il rischio, allora, queste case hanno scelto tra i loro cavalli di battaglia; i pochi “fortunati” sono stati quindi poi sottoposti a serializzazione aggressiva, il più delle volte annuale. Giochi dallo stesso nome (buono per il mercato) con numerazione in costante ascesa. Oggi voglio parlare di una casa, Ubisoft, e di come ha trattato in questi ultimi 10 anni due delle sue saghe principali, Assassin’s Creed e Far Cry.

Nata nel 2007 dalle ceneri di uno spin-off (proprio così) di Prince of Persia, la saga del Credo degli Assassini forse è quella che più si presta al discorso accennato poco sopra. Dopo il successo del secondo capitolo, Ubisoft ha reso annuale la serie; prima con degli spin-off dedicati a raccontarci il continuo dell’epopea dell’amato assassino fiorentino Ezio Auditore; poi, capendo che i giocatori avevano perso interesse per questi capitoli secondari, concludendo maldestramente la trilogia di Desmond Miles e provando a continuare sempre anno dopo anno la serie principale. Si potrebbe dire che il disordine decisionale e creativo all’interno dell’azienda, tra il 2010 ed il 2015, ha quasi portato alla distruzione della saga. Un gioco all’anno (ad eccezione del 2014, con addirittura 2; ovviamente parliamo di console e pc, perché altrimenti ce ne sarebbero pure altri), prima spin-off, poi seguiti numerati, quindi ancora capitoli principali; stavolta senza numero ma con un nome identificativo (III, IV Black Flag, Unity, Syndicate e Origins, per capirci). Con l’uscita e la batosta commerciale subita con il capitolo londinese, il penultimo tra quelli elencati sopra; Ubisoft ha capito che doveva fare qualcosa di più, per salvare i suoi Assassini. Evidentemente il 2016, primo anno di respiro per la serie dal 2008, gli è servito per riordinare le idee; poiché Origins, uscito l’anno scorso, ha davvero portato una leggera ventata d’aria fresca all’interno del franchise. Più tempo di sviluppo, nuovo sistema di combattimento ed altre piccole accortezze che hanno portato il prodotto ad essere apprezzato sia dai consumatori che dalla critica, cosa che non succedeva ormai da molti anni, per un titolo della serie. Una nuova speranza, in breve. Perché pare che i piani alti dell’azienda abbiano finalmente capito quanto sia sbagliato mungere fino allo stremo (e senza “rispetto”) le loro serie, comprendendo quanto bene abbia fatto il maggiore tempo di sviluppo sia al gioco, che al loro brand e alle loro tasche in ottica futura.

La serie di Far Cry, invece, è nata nel 2004; il titolo, inizialmente esclusiva PC, fu sviluppato da Crytek e distribuito da Ubisoft. Acquistata dalla stessa casa franco-canadese appena due anni più tardi, ha visto l’uscita del secondo capitolo nel 2008 e del terzo nel 2012. Ed è con quest’ultimo che ha origine il brand come noi tutti lo conosciamo oggi. L’episodio con cui ha fatto il botto, è ascesa alla ribalta e ha stabilito le basi per i futuri capitoli, usciti a due anni ognuno dall’altro (FC4, lo spin-off FC Primal e FC5, che ha debuttato giusto questa settimana). Il titolo di per sé non era neanche troppo originale, ma dimostrava come fosse possibile inserire un gioco fps (genere abituato a spazi stretti e corridoi, di fatto mappe lineari) in una struttura open-world. Moltissime armi, moltissimi approcci alle missioni; stealth a piedi, irrompendo con un veicolo, via mezzo d’acqua, dall’alto etc etc. Più tante attività secondarie, come caccia, crafting, ricerca di tesori ed altro. Merita una menzione anche il villain iconico del terzo capitolo, ovvero Vaas. La follia di tale personaggio è stata resa fin troppo bene, che la stessa Ubisoft in futuro, a mio modesto parere, si è un po’ troppo incartata nel cercare di riproporre nei seguenti capitoli un’antagonista altrettanto sopra le righe, senza riuscirci. Infatti, il principale difetto della serie, è che da allora è diventata un “more of the same” episodio dopo episodio. Capita la formula vincente, si potrebbe dire che la software house abbia sempre avuto timore di andare a rompere il giochino apparentemente quasi perfetto di equilibri che era andata a creare. Tale mossa però non è stata apprezzata da molti, i quali hanno considerato il quarto capitolo una specie di Far Cry 3.5; poiché realmente superficialmente potrebbe davvero sembrare un mero cambio di setting, con un scimmiottamento del titolo precedente, nella speranza di ripetere tale successo. Le cose non stanno esattamente così, principalmente a livello di trama e caratterizzazione dei personaggi. Ma il resto invece è rimasto pressochè invariato, presentando unicamente qua e là smussature del gameplay, qualche aggiunta carina e finalmente una coop degna di nota, nella mappa open-world. Riguardo Primal… possiamo anche evitare di parlarne, vi dico solo di immaginare l’incantevole suono dello scarico del cesso, mentre si porta via qualcosa che è meglio vi stia lontano il più possibile. 27 marzo 2018, esce Far Cry 5. Quattro anni passati dal Kyrat, soprattutto 6 dalle avventure di Jason Brody nelle Rook Islands. E niente, è sempre la stessa formula, strapompata e con gli attributi cubici. E’ appena arrivato nelle nostre case, quindi ancora si può parlare solo di prime impressioni; ma la sensazione è di giocare il capitolo 3.9 (o 4.5, se volete essere buoni con Pagan Min), solo preso e farcito come un tacchino obeso il giorno del Ringraziamento. Con tutti i clichè del genere e della serie. Gioco di per sé anche apprezzabile, eccome (soprattutto se magari vi siete persi uno tra il 3 ed il 4, o addirittura entrambi), ma serviva ben altro dopo i precedenti.

Ubisoft, spero che l’esperienza con Origins (ancora troppo recente per aver potuto aver influenza sullo sviluppo questo titolo) ti abbia insegnato qualcosa. Hai tirato ancora la corda, ma con il prossimo è imperativo cambiare. Come stava per implodere Assassin’s Creed, presto la gente sarà saturata anche da questa “formula vincente”. Cambia, finchè sei in tempo. Fallo per noi, fallo anche per te.

Questo il mio messaggio per la software house, perché queste sono le mie idee riguardo la questione. Voi invece che ne pensate? Avete giocato questi titoli? Cosa consigliereste ad Ubisoft?

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